ABBATTERE IL TABÙ DELLA MORTE

Uno sguardo nuovo sulla morte e sulla vita

Come evidenziano numerose ricerche, dal secondo dopoguerra c’è stato un cambiamento radicale a livello sociale nel rapportarsi con la morte e il morire. La negazione della morte, la sua esclusione dalle espressioni culturali più diffuse, o più ancora una sorta di interdizione a parlarne, ha creato una condizione assolutamente inedita nella lunga storia della civiltà occidentale. Chi ha letto la poca produzione letteraria sull’argomento della morte avrà notato il ripetersi di questo assunto: al giorno d’oggi il tema della morte e del morire è diventato un tabù! Forse l’unico argomento rimasto intoccabile, perché ogni tipo di volgarità è ormai esibita quotidianamente, anche nelle istituzioni; violenza, crudeltà, abusi e un modo triste di mostrare la sessualità non sono più tabù. L’unico veto è quello di parlare o pensare alla morte. Talvolta sembra che proprio la rimozione della morte dai nostri pensieri abbia favorito tante degenerazioni consumistiche. Tutto ciò che riguarda la morte è materiale pressoché proibito, e questo ha implicazioni quasi incredibili.

Ad esempio è sconcertante quello che succede in America: le società addette alle pratiche funerarie agiscono in modo che i parenti quasi non vedano il cadavere, e comunque non se ne occupino, ma soprattutto hanno il compito di far sparire nel giro di due giorni ogni oggetto del defunto, compresi i mobili, cosicché i parenti, rientrando in casa, non trovino più nulla che richiami alla memoria il morto! Louis-Vincent Thomas, antropologo francese noto per i suoi scritti sulla morte, constatava con inquietudine che il mondo contemporaneo anziché celebrare i propri morti, li fa semplicemente «sparire». Sembra quasi si tratti dell’occultamento di un cadavere! Ma morire è forse un crimine? Ancora più sorprendente il progetto denominato «Immortalità digitale: preservare la vita oltre la morte», una lista di servizi online dedicati a chi vuole sostanzialmente sopravvivere a se stesso. Praticamente uno può preparare email, messaggi vocali o comunicati video da inviare a parenti, amici e soci in affari, che dopo il decesso si vedranno recapitare (con leggero sovrapprezzo anche per molti decenni) i messaggi che il defunto aveva composto per loro da vivo.

Forse dovremmo recuperare il linguaggio provocatorio degli antichi maestri e dei nostri Padri, che ripetevano incessantemente che l’unica cosa certa della nostra esistenza terrena è la morte. Racconta Alfonso de’Liguori:

Il fratello del grande Servo di Dio Tommaso di Kempis si vantava di essersi costruita una magnifica casa: un amico, però, gli fece notare che vi era un grave difetto. «Quale?» egli domandò. «Il difetto» quegli rispose, «è che vi avete fatto collocare la porta». «Come?» riprese. «È un difetto la porta?». «Si», rispose ancora l’amico «perché un giorno, attraverso questa porta, sarete trasportato fuori morto e dovrete lasciare così la casa e tutto il resto».

Il linguaggio degli antichi è spesso crudo, schietto, senza sconti, perché è in gioco l’aspetto più importante della nostra esistenza: la libertà! In quel meraviglioso poema epico indiano, il Mahabharata, al saggio Yudhisthira viene chiesto: «“Di tutte le cose della vita, qual è la più stupefacente?”. Yudhisthira risponde: “L’uomo, perché vedendo altri morire intorno a sé, non pensa mai che morirà”». Dice bene il Dalai Lama: «La consapevolezza della morte è la base del percorso. Fino a che non si sviluppa questa consapevolezza, tutte le altre pratiche sono inutili». I maestri della filosofia antica e i primi Padri della Chiesa andrebbero citati senza addolcirne il linguaggio, poiché la loro franchezza era un metodo efficace e penetrante, che potrebbe esser riproposta in forme e linguaggi ancora attuali.

Come afferma ancora Vincent Thomas:

Esistono società che rispettano l’uomo: sono quelle in cui la vita, seguendo la saggezza, protegge se stessa lasciando spazio all’idea della sua fine. E, al contrario, ci sono società necrofile, devastate da ossessioni patologiche: sono le nostre, in cui la cultura della morte è negata e sepolta con la stessa cura con cui si sotterrano i cadaveri. L’esperienza concreta dell’antropologia dimostra che negare la morte genera un’altra morte».